Città Cremisi
#5
Solo la disperazione porta a questo.
Di Musashi, l’infame bastardo, so solo dov’è il suo appartamento.
Sicuramente ha cambiato aspetto, ma non so quale sia. Questo residence è
un bunker da cui non esce mai se non per i suoi sporchi affari. Ci sono tre
livelli di sicurezza da superare, quasi impossibile, quasi.
Solo la disperazione porta a questo.
Ho individuato il capo della sicurezza. L’ho seguito, tramortito, rapito
e mutilato. Non è morto e non ha sofferto, sono bravo nel mio lavoro.
In una body bank ti rifanno come nuovo comunque.
Ho registrato la sua voce, mentre mi malediceva. Ho preso la sua I.D.card. gli
ho reciso la mano e cavato un occhio. Ho tutto quello che mi serve per entrare,
ma avrò sicuramente poco tempo.
Anche se entro nel residence il giallo non mi farà entrare in casa sua.
Userò le maniere forti e da lì in poi mi dovrò veramente
sbrigare prima che mi vengano a prendere.
Tremo, lo ammetto, mentre passo ogni controllo. Mi sono camuffato ed è
piena notte, ho pezzi di uomo nelle mani e mi possono ugualmente scoprire. Il
residence ha questo stile giapporetrò scarno, roba da ricchi, contorno
ideale per un porno. Sono davanti all’appartamento di Musashi, userò
un RamPack, una bomba elettronica da attaccare alla porta che elettrificherà
tutto l’appartamento, mandandolo in corto circuito, spegnendo luci e aprendo
la porta.
Tre secondi di timer, un metro lontano dalla porta, visore termico agli occhi..
per qualche secondo la porta frigge, poco dopo sento i meccanismi che si allentano
e con un calcio apro ed entro.
Il buio dell’appartamento ha come sottofondo delle lamentele femminili.
Sicuramente il bastardo ha preso le armi ed ha degli innesti cibernetici. Non
mi sono mai piaciuti gli innesti, perché hanno un difetto nella loro
incredibile potenza: possono andare in corto circuito, per questo i poliziotti
sono tutti al naturale (e per questo i poliziotti hanno la tecnologia per fottere
i cyberpotenziati). Vedo il calore delle due figure nella stanza a lato. Anche
lui mi vede e vedo che mi sta mirando con qualcosa. Mi abbasso nel momento in
cui spara, passando il muro. Rotolo in avanti con una capriola per avere la
porta della stanza nella visuale, e sparo qualche colpo con la “inibitrice”
per farlo arretrare. Non arretra ma sfonda il muro come se fosse di cartapesta,
lo stronzo è gonfio come un carro armato (e se mi tocca mi ammazza).
Mi volto e sparo mirando come posso mentre avanza come un fulmine, e so di averlo
colpito al braccio e al petto, non sembra curarsene. Cazzo. Il braccio si spegne
e cade l’arma, mi è addosso e con uno schiaffo mi fa volare via
l’arma e mi solleva per il collo come una piuma. Se lo stronzo non si
spegne ora sono morto. Nel buio ci guardiamo il calore emesso dagli occhi, sento
la vita scivolare via, chiudo gli occhi. Poco dopo mi ritrovo a terra. Si è
spento in tempo. Da quando sono entrato sono trascorsi trenta secondi. Troppo.
Le lamentele diventano grida di aiuto, guardo nella stanza, una donna contusa
e seviziata, giapponese direi. La slego senza dire nulla e torno da Musashi
per caricarmelo in spalla. Lo stronzo è pesantissimo ed ho pochi secondi
per arrivare alla macchina. Alla luce del corridoio vedo che lo stronzo si è
rifattoli corpo, ora sembra un samoano. La puttana che aveva in stanza ci segue
e in un inglese stentato chiede aiuto.
Le faccio cenno di seguirmi, tanto le cose non possono peggiorare. Mi ritrovo
in macchina con un giapponese tinto e una puttana. Questo è stile.